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lunedì 11 dicembre 2017

Cattedrali; misure armoniche e immagini della natura

La forza delle cattedrali risiede anche nella loro capacità di agire sullo spirito grazie dell'armonia della proporzioni...in esse si trova un'armonia, un senso della misura e delle proporzioni che risparmiano dagli effetti di lunghe e difficili prove (come nelle iniziazioni).
Le misure matematiche delle cattedrali sono infatti calcolate attentamente e si richiamano agli insegnamenti del greco Pitagora, il fondatore della scuola filosofica che porta il suo nome
Nelle cattedrali è visibile uno splendido matrimonio tra due tradizioni: quella greco-romana e quella celtica.
I Celti sapevano riconoscere la voce della terra e le sue leggi ovunque si presentassero. I loro luoghi di culto non erano costruiti perché non c'era alcun bisogno di costruirli: la divinità era là dove parlava un albero oppure una pietra o l' acqua corrente e i Celti riconoscevano in quei luoghi l'esistenza di qualcosa di speciale.
Il concetto di bosco sacro (lucus in latino) non è estraneo neanche alla religione romana, che spesso ne prevedeva l'esistenza nei santuari degli dei, me la religione celtica era essenziale.
Nelle cattedrali la conoscenza della terra e della natura posseduta dai Celti si è fusa con i numeri della scienza greco-romana, ispirata dalla scuola pitagorica.
È sorta una foresta di pietra la cui chioma è rappresentata dai capitelli e dalle statue e il cielo dal luogo dove viene per forza indirizzato lo sguardo.
Gli alberi hanno la forma dei pilastri polilobati (a più lobi), i rami sono richiamati dai costoloni delle volte, il terreno dal pavimento.
I pilastri sono la viva immagine degli alberi sacri dei druidi e dove le volte si incontrano è come se formassero una galleria vegetale, costituita dalle chiome intrecciate di quegli alberi.
Le vetrate a differenza dell'uniforme fondo dorato di matrice bizantina che rappresenta la luce incorruttibile, lasciano passare la luce secondo forme e colori prefissati. Le vetrate sono come gli improvvisi raggi di sole che rischiarano la radura del bosco.
La cattedrale come i templi greci e romani, risponde a regole non modificabili, ossia alle magie dei numeri.
Bisogna quindi conoscere il gergo argot, o linguaggio segreto, per essere costruttori e per riprodurne gli effetti.
Un dato sorprendente e che spesso i costruttori erano analfabeti, benché immensamente sapienti nel linguaggio della costruzione.
Le cattedrali sono state spesso manomesso e a volte distrutte (come durante la rivoluzione francese).
Alcune caratteristiche delle cattedrali non sono state più comprese e sono quindi equivocate e ricondotte alle categorie dello stravagante, del bizzarro e del mostruoso.
Esse sono in realtà il risultato di un patrimonio di conoscenze esatte e specializzate.
Certe verità sono costanti e vanno oltre le differenze temporali, geografiche ed etniche.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

venerdì 8 dicembre 2017

Il peyote


Complessi rapporti etico-religiosi si innescano per mezzo di chiavi bio-chimiche: funghi, erbe, foglie, radici e simili, che spalancano le porte della percezione, permettendo di contattare e di controllare entità sovrannaturali.
L'elaborazione di simboli, di miti cosmogonici e di pratiche religiose assicuravano l'incontro con le potenze misteriche, con i grandi archetipi spirituali, universali e cosmici.
Oggi ci è noto l'uso del peyote, il fungo sacro, anche attraverso i libri del ciclo castanediano legato alla cultura Yaqui.
Troviamo quanti diceva Henry Crow Dog, danzatore del Sole, oggi scomparso, uomo guida della Native American Church nella riserva di Rosebaud.
"Il peyote ci è stato dato dal Grande Spirito per difenderci dalla religione dei bianchi [...] e come sacra medicina serve a creare un legame tra tutti noi (le tribù d'America), e una comunicazione diretta con il Grande Spirito come nella danza del Sole.
Quando durante il rito mangiamo il peyote, lo Spirito Sacro che sta dentro di esso entra in noi e rende più forti e più uniti i nostri popoli permettendoci di sopravvivere".
Il peyote è il grande unificatore delle popolazioni del continente americano, dei loro bisogni materiali e spirituali.
Esso è sinonimo di libertà e indipendenza e, metaforicamente, incarna la medicina universale.
La parola usata per designare il peyote equivale a quella utilizzata per indicare il termine medicina, in numerose nazioni indiane: azee tra i Navajo, biisung tra i Delaware, puakit tra i Comanche, makan tra gli Omaha, walena tra i Taos, o-jay-beebkee tra gli Shawnee, naw-tai-no-nee tra i Kikapoo.
Inoltre, la parte superiore del peyote è in stretta analogia con le ruote di medicina per via della sua forma circolare e tondeggiante.
Tratto da "Enigmi, misteri e leggende di ogni tempo" di Stefano Mayorca

lunedì 4 dicembre 2017

Le erbe e il linguaggio degli dèi


L'utilizzo di sostanze allucinogene è antico come il mondo, e sono poche le società e le religioni in cui non erano presenti.
Tra le più conosciute dobbiamo ricordare il fungo psylocide mexicana, il teonactl o carne di Dio connesso con gli Aztechi e i Maya, il peyote degli antichi Chichimecas, il cui uso rituale risale a parecchi secoli prima di Cristo, l'amanita muscaria dei popoli siberiani, l'ambrosia degli antichi Greci, l'ibogaina dei Pigmei africani, il soma degli Indù.
E ancora, lo yage chiamato anche aya huasca, una liana ben nota agli Inca è utilizzata ancora oggi dagli indios Zaparo, la cannabis dei Zoroastriani, l'ololiqui dei nativi amazzonici, le foglie di coca dei Quechua Aymarà  delle regioni andine e, infine, lo stramonio (datura stramonium), pianta già nota ai Greci, agli Arabi, alle popolazioni sudamericane e a quelle dell'India.
A nostro avviso, tali sostanze, oltre a procurare uno stato di alterazione della coscienza in favore del subconscio, cioè la parte più nascosta, venivano utilizzate con lo scopo di ricreare nell'essere umano sia la struttura psichica sia le vibrazioni emesse dalle onde cerebrali appartenenti a esseri superiori.
In tal modo era possibile esplorare le dimensioni in cui questi esseri risiedevano.
Il costante uso degli oppiacei è testimoniato nei culti tribali e gentilizi, in diverse aree dell'Asia Minore e della Grecia.
Non a caso, nella mitologia ellenica il dio del sonno, Morfeo, veniva rappresentato con i fiori di papavero in mano.
Anche nell'Odissea omerica ritroviamo chiari riferimenti all'oppio, sotto forma di pharmakon nepentes, una misteriosa sostanza che dissolve la collera e allontana la tristezza da cuore producendo l'oblio.
Le preziose qualità del succo di papavero e i suoi effetti curativi erano ampiamente utilizzati anche a scopo terapeutico.
Lo testimoniano Erodoto, Erasistrato e Aristotele.
Tratto da "Enigmi, misteri e leggende di ogni tempo" di Stefano Mayorca

mercoledì 29 novembre 2017

San Bernardo e il culto Mariano


San Bernardo ha un ruolo rilevante nella Divina Commedia perché accompagna Dante nei canti finali del Paradiso, dove introduce il poeta alla contemplazione della Madonna, coerentemente con la devozione che egli aveva dimostrato alla Vergine nei suoi scritti e nelle sue opere.
Fu l'artefice della rinascita del culto mariano e fu spesso protagonista dei concili, negli scismi che lacerarono la Chiesa in quegli anni, nella predicazione delle crociate e nella lotta contro gli eretici, che gli valse il titolo di "dottore della Chiesa", che si è aggiunto a quello di  Doctor mellifluus attribuitogli per la scioltezza della lingua.
Si narra che a San Bernardo capitasse sin da bambino di restare estasiato davanti a un'immagine della Madre di Dio, una Vergine Nera conservata nella chiesa di Saint Vorles, in cui era stato istruito.
Racconta la leggenda che Bernardo, pregando proprio di fronte a questa immagine della Vergine, le abbia chiesto: "mostrami che sei madre" e abbia ricevuto sulle labbra tre gocce di latte dal seno stesso di Maria.
Egli fu dunque letteralmente abbeverato dal seno della Vergine.
Dietro questo racconto appare una personificazione della Grande Madre, presente in tutte le religioni mediterranee, dove appare adorata come Iside, Rea o Cibele.
Questo culto antichissimo, legato alla madre terra, ha portato un'eccelsa è perfetta sintesi della Madonna cristiana, detta Nostra Signora o Notre-Dame.
Non si dimentichi che proprio San Bernardo fu il primo a parlare dell'Immacolata Concezione della Madonna, molto prima delle apparizioni di Lourdes.
Non è a caso che i monasteri cistercensi fondati da Bernardo e le cattedrali gotiche siano dedicate appunto a Notre-Dame.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

lunedì 27 novembre 2017

San Bernardo

San Bernardo di Chiaravalle nato nel 1090 vicino a Digione da una nobile famiglia.
Dopo alcuni esperimenti di vita ermetica egli si stabilì prima a Citeaux nel 1112, da dove nel 1115 partì per fondare in una luminosa vallata della contea di Troyes il monastero di Clairvaux, tradizuone del latino Clara Vallis (Chiaravalle).
Alla prima fondazione ne seguirono altre che spesso ebbero lo stesso nome, come in Italia è accaduto alla abbazie di Chiaravalle presso Milano (1133), Chiaravalle della Colomba presso Piacenza (1137) e Chiaravalle nelle Marche.
Quando egli morì l'ordine contava nel 1157 343 abbazie di cui lui ne fondi 66.
La ricerca di una "chiara valle" è singolarmente diffusa nel Medioevo e anche Perceval, il cavaliere senza macchia della Tavola Rotonda, protagonista del ciclo del Graal, deve il suo nome alla "chiara valle", detta appunto Perce-Val.
Il nome di Clara Vallis allude quindi alla luce ed è stato scelto volontariamente da San Bernardo, che seguiva una mistica della luce conforme agli insegnamenti di Dionigi Areopagita.
Fu considerato dai suoi contemporanei un taumaturgo dotato di poteri eccezionali.
Egli era forse un "teurgo", secondo il significato che il termine conservava presso gli antichi, per i quali la magia è una tecnica umana mentre la "teurgia" è un'operazione divina...teurgia significa letteralmente "l'opera di Dio".
La sua autorità nasceva, non solo da una profonda e penetrante conoscenza dei misteri della fede cristiana, ma anche da un  singolare contatto con le forze della natura.
Bernardo sapeva parlare, da buon discendente degli antichi Celti, con gli alberi delle foreste, riuscendo a compiere la straordinaria impresa di legare il mondo della natura al mondo delle proporzioni e delle regole numeriche.
Nei monasteri di San Bernardo non c'era alcun bisogno di raffigurazioni, di decorazioni che potessero distrarre il monaco dalla contemplazione di Dio.
Le basiliche erano quasi nude.
Si tratta di una differenza significativa rispetto le cattedrali gotiche molto ricche di immagini, dovuta alla differente destinazione dei due edifici.
(Le cattedrali per il popolo e le abbazie ai monaci e alla meditazione)
concezione analoga sarà ripresa da San Francesco d'Assisi.
La Chiesa abbaziale è progettata secondo um codice ben preciso fatto soprattutto di proporzioni e di luce, influenzato dalla mistica della luce prediletta da San Bernardo.
Pare che San Bernardo fosse incline a considerare la natura alla stregua di un libro sacro.
Egli non voleva che i suoi monaci fossero colti, ma piuttosto che fossero capaci di rivolgersi alla natura, costruendo con lei un rapporto quasi di simbiosi.
Come nella migliore tradizione benedettina, sapessero coltivare, bonificare e che di dessero da fare, perché lavorare la natura è una forms di liturgia rivolta alla terra, che si rivela una benefica nutrice, purché la si tratti nel modo giusto.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

venerdì 24 novembre 2017

Le cattedrali come luogo di raduno non solo liturgico


Un tempo nelle cattedrali si riunivano le corporazioni di mestiere per problemi riguardanti i loro membri.
Queste riunioni avvenivano in forma solenne almeno una volta all'anno sotto le volte della cattedrale dove si faceva benedire il proprio "capolaboro", ossia l'opera meglio riuscita di ogni arte.
Nella cattedrale si poteva tenere anche mercato, si discuteva sul prezzo del frumento, del bestiame, dei tessuti: la cattedrale era quindi un luogo di ritrovo che svolgeva una funzione simile a quella che nell'antica Roma era esercitata dal foro o dalla basilica, era edificio forense più importante.
Nelle cattedrali medievali si svolgevano anche feste e riti popolari che poco avevano di liturgico, ma erano assai graditi e molto frequentati dalla gente comune.
Si celebrava una "Festa dei Pazzi" nel corso della quale si forniva un'immagine ridicola e deformata della gerarchia ecclesiastica, con il papa seguito dai vescovi e dal popolo dei fedeli impersonati da attori.
Era una forma spontanea di teatro popolare che si poteva così permettere di satireggiare le gerarchie ecclesiastiche.
La "Festa dei Pazzi" era seguita dal "Trionfo di Bacco",  che consisteva in una sorta di carnevale in cui alcuni partecipanti arrivavano a denudarsi.
Era celebrata anche la "Festa dell'Asino" o della 'potenza asinina", che avrebbe procurato "alla Chiesa l'oro dell'Arabia e l'inverso e la mirra del paese di Saba".
Si trattava di una parodia dal significato incerto che potrebbe forse richiamare un gergo segreto simile a quello dei cabalisti.
Altre consuetudini bizzarre, nelle quali è stato riconosciuto un significato legato alla cabala o all'ermetismo, si ripetevano ogni anno all'interno delle chiese gotiche.
Va citata soprattutto la "Flagellazione dell'Alleluia" durante la quale i ragazzini o chierichetti muovevano a colpi di frusta le loro trottole, chiamata sabot fuori dalla navata della cattedrale di Langres.
La cattedrale è quindi la casa di tutti e costituisce il centro intellettuale e morale cittadino, il cuore dell'attività pubblica.
Nello stesso tempo è anche un'enciclopedia di tutto il sapere medievale rappresentato e reso intuibile nell'abbondanza delle sue decorazioni e nella complessità delle sue raffigurazioni.
Un'immagine del mondo che svela l'illusione della condizione umana e nel medesimo tempo il suo vero fondamento.
I proverbi scolpiti nella pietra, le raffigurazioni del ciclo stagionale dei mesi, avevano la stessa funzione che un tempo aveva avuto l'insegnamento orale impartito nel mondo celtico dai bardi e dai druidi.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

mercoledì 22 novembre 2017

Alberi sacri e fitolatria


Il lituo romano oppure il caduceo di Ermete possono riprodotte la potenza dell'albero sacro da cui è stato strappato...Anche gli Egizi ammettevano che nel bastone o nello scettro risiedesse lo spirito dell'albero da cui era stato tolto.
A Dodona in Epiro, che poi fu sede di un celebre santuario greco, il dio Zeus si manifestava nella quercia e attraverso il mormorio delle sue fronde parlava per mezzo degli oracoli.(La voce della quercia)
I Greci usavano consacrare alle divinità gli alberi grandi e maestosi, che potevano suscitare anche un "sacro terrore" a contatto con la potenza divina.
L'acero richiama spesso nel tronco delle forme che richiamano quelle femminili e, dato che dall'acero si ricava un succo simile al latte, che fermentando si trasforma in un gradevole liquore è possibile che i primitivi neolitici vi abbiano riconosciuto la dimora di una dea, la Dama dell'Acero.
Questa credenza ha fatto dell'acero una pianta sacra in ogni epoca; esiste una raffigurazione egizia di un faraone allattato dalla linfa di una albero sacro che sembra protendere una mammella.
Esiste anche una Madonna dell'Acero che fu vista da due pastori in Emilia e nel luogo dell'apparizione è stato costruito un santuario.
Il fico è un albero che ha spesso connessioni importanti con il sacro.
Nella parte più antica della città di Roma, nella zona del Foro, nel luogo in cui Romolo e Remo sarebbero stati allattati dalla lupa, era venerato il fico ruminale (ossia sacro alla dea Rumia, che allattava e che proteggeva i lattanti).
Nel biblico Giardino dell'Eden Adamo ed Eva, improvvisamente consci della propria nudità si coprono con una foglia di fico.
Nei Vangeli di Luca e Matteo compare la parabola del fico sterile.
Gli Ateniesi identificavano inoltre nel fico il primo e più prezioso nutritore degli uomini.
La divinazione degli alberi sacri è diffusa presso tutte le religioni...nell'Antico Testamento non si dimentichi il ruolo che ha l'Albero della Vita, collocato al centro del Paradiso Terrestre.
Si dice che le piante sorte dalla terra ad Atene furono quelle più utili agli uomini, ossia l'olivo e il fico.
Nell'Eretteo, un venerando edificio sacro costruito sull'Acropoli di Atene, un olivo sacro alla dea Atena era piantato tra la facciata del tempio e l'altare.
Secondo un altro mito gli uomini cominciarono invece a mangiare le ghiande di quercia, considerata la "vecchia nutrice degli uomini".
Nell'antico Egitto il sicomoro, identificato con una dea, parlava al dio Osiride, come Zeus parlava dalle querce.
Anche nei testi cinesi gli alberi grandi e magnifici sono considerati luoghi di concentrazione della potenza creatrice della terra.
In una tradizione contadina che è rintracciabile soprattutto nel Veneto, agli alberi sono ancora attaccati i "capitelli" o edicole, generalmente in legno, che sostengono immagini della Madonna o dei Santi.
L' adorazione degli alberi, detta anche fitolatria, ha verosimilmente preceduto anche il culto delle pietre.
Fu agli alberi che gli uomini fecero le loro prime offerte e dedicarono per la prima volta dei riti.
Il primo santuario fu un bosco in cui nulla era costruito. A perenne memoria di questo culto ancestrale resta agli uomini l'uso del bastone come insegna di comando, di potere e di concertazione della forza.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco