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lunedì 16 ottobre 2017

Il Ramo D'oro


Sir James George Frazer era uno stimatissimo studioso della civiltà classica il quale, nel curare un'edizione della Descrizione della Grecia di Pausania, era rimasto colpito dal gran numero di credenze, usi, culti e superstizioni sparsi per il paesaggio della Grecia in tempi classici.
Ciò lo condusse a scavare più profondamente negli strati semidimenticati della storia: ne venne fuori il Ramo d'oro.
Lo storico si era trasformato in etnologo e aveva esteso le sue ricerche al mondo intero.
Improvvisamente divenne accessibile un'immensa quantità di materiale sui culti della fertilità intesi come forma universale della più antica religione, e sulla magia primitiva a essa collegata.
Sembrava proprio che fosse questo lo humus da cui era cresciuta la civiltà: semplici divinità delle stagioni, una moltitudine indistinta di contadini che si accoppiavano nei solchi dei campi e costruivano riti della fertilità col sacrificio umano.
A ciò s'aggiunse, nelle cerchie politiche, l'immagine della guerra come inerente alla natura umana e insieme nobilitante: la legge della selezione naturale applicata alle razze e alle nazioni.
Il tempio dell'evoluzionismo venne dunque eretto con il contributo di molto materiale e di molta storia.
Tuttavia, a mano a mano che la teoria procedeva, i suoi aspetti più magnanimi incominciarono a declinare e, come l'onda di un maremoto, subentrò la psicoanalisi.
Se infatti la lotta per l'esistenza, e con essa le religioni della forza vitale possono spiegare tantissime cose, l'inconscio può spiegare qualsiasi cosa.
Così il concetto universale e uniforme di gradualità finí per sconfiggersi da solo.
Le parole-chiave (gradualità ed evoluzione) provengono originariamente dalle scienze geologiche, dove avevano un significato preciso.
Cristallizzazione e sollevamento, erosione e geosinclinali sono il risultato di forze in continua azione, secondo leggi fisiche.
Essi forniscono lo sfondo per il maestoso scenario darwiniano....
La genetica e la selezione naturale rappresentano la legge naturale e gli eventi vengono determinati dal rotolare dei dati lungo il corso delle ere.
Però non sappiamo ben dire perché è come sia nata questa anziché quella forma specifica, e dove sia avvenuta la separazione di specie, tipi e culture. L'evoluzione animale rimane un'ipotesi storica a carattere generale, sostenuta da dati sufficienti e dalla mancanza di alternativa.
Essa solleva un numero spaventoso di interrogativi per i quali non abbiamo risposte.
La nostra ignoranza rimane profonda.
L'accrezione di idee plausibili continua e, da Spencer in poi, scorre sotto la spinta invisibile della "legge naturale"
Il tutto rientra in una specie di Naturphilosophie mai analizzata.
...Per quanto riguarda l'umano 'destino', l'evoluzione organica è cessata prima dell'inizio della storia o anche della preistoria.
Siamo su una scala temporale diversa: non si tratta più della natura che agisce sull'uomo, ma dell'uomo che agisce sulla natura.
Piace credere che vi sia un insieme costante di leggi che ci riguardano, ma l'uomo è legge a se stesso....
Inutile dire che l'ancor più moderna abitudine di sostituire alla "civiltà" la "società" ha bloccato l'ultimo sentiero che poteva portare alla comprensione della storia.
La nostra ignoranza non solo rimase profonda, ma divenne anche pretenziosa.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

venerdì 13 ottobre 2017

Omero e Dante; dotti della dottrina mitica

Esiste la possibilità che Omero si sia trovato a disporre di materiali preesistenti - blocchi già squadrati e conci beh tagliati - che egli trasformò in poesia.
La maestria di Omero consisté in realtà nel riplasmare e umanizzare tali materiali fino a eliminare ogni disparità fra di loro.
In quanto alla tragedia greca, ne sappiamo qualche cosa di più grazie ad Apollodoro: nella sua Biblioteca di miti, integrata dalle meravigliose note di Frazer, egli predispone un "libro" per ogni tragedia, quelle pervenute e quelle non pervenute, quelle scritte e quelle mai scritte; eppure ci vollero un Eschilo o un Sofocle per trasformarne il significato, per ricavarne l'opera d'arte.
Molto più accessibili e meglio conosciute sono le fonti della Divina Commedia -storia, filosofia e mito, misure e intervalli -, che forniscono una struttura virtualmente completa, senza soluzione di continuità.
Ma appunto per questo, a maggior ragione Dante è un creatore vero.
È chiaro che, quando ci si avvicina maggiormente alle fonti tradizionali, è l'idea stessa di "poeta", ποιητής, a dover essere ridefinita.
Veteres docti poetae, dice a Ovidio, che di essi non era certo l'ultimo.
La parola chiave è appunto "dotti", dotto non in tropi e allegorie teoretici, bensì nelle sostanze viventi della dottrina mitica.
Ma l'uso comune è ingannevole.
Oggi dotto è una persona che capisce le cose a fondo: in questo senso Dante lo era certamente.
Ma fu sempre così nelle età remote?
C'è motivo per dubitarne.
Dottrina esoterica, secondo la definizione di Aristotele, è quella che viene appresa molto prima di essere capita.
Fino a pochissimo tempo fa, gran parte dell'educazione degli studiosi cinesi era condotta su queste linee; la comprensione rimaneva una cosa a parte: poteva anche non giungere neppure è, nella migliore delle ipotesi, giungeva ad apprendimento completato.
C'erano altre vie.
...si cerca di determinare in che misura il poeta comprendesse il materiale tramandatogli.
Forse, l'essenza della sua 'libertà' stava proprio nel fraintendimento creativo; comunque il rispetto rigoroso non veniva mai meno.
Qui si parla del poeta, ποιητής, così come lo si intendeva nell'antichità.
C'era un originario complesso di significati che abbracciava a un tempo le parole poeta, vates, profeta, veggente.
Ogni conoscenza e legge Giambattista Vico due secoli fa, doveva una volta essere stata "poesia seriosa".
È in questo senso che Aristotele, in un'epoca sofisticata, parla ancora con rispetto della "grave testimonianza dei [primi] poeti"
Tratto da "Il mulino di Amleto"di de Santillana e von Dechend

lunedì 9 ottobre 2017

Tolomeo il "maestro della cartografia"

Tolomeo (ca 100-178 d.C.) il grande astrologo e "maestro della cartografia".
Scrive von Mzik, 1938: "Nonostante tutte le carenze delle sue carte, Tolomeo resta per noi il maestro della cartografia.
Grazie alla sua concezione dei principi su cui si fonda la cartografia (concezione che ne coglie senz'altro l'essenza), fu lui a creare la logica cartografica,.... dandogli quel carattere che ha conservato fino al presente e che probabilmente manterrà anche per il futuro.
A lui risalgono immediatamente le basi matematiche delle nostre carte (la rete graduata), la teoria delle proiezioni, l'orientazione verso nord e i segni cartografici...
La sua geografia rappresentativa, grazie ai suoi metodi e al suo apporto di materiali topografici, costituisce la vetta più elevata raggiunta dall'antichità nel campo della cartografia, rango a cui nel campo della geografica di Strabone."
La sua geografia era innanzitutto una guida al disegno di carte geografiche, che dovevano riprodurre la realtà nel mondo più preciso possibile, nonostante le inevitabili distorsioni che ogni proiezione comporta.
Essa contiene un sistema di coordinate derivate dal cielo e riportate su una rozza mappa a profilo, con l'aggiunta di una lista di distanze terrestri.
Necessariamente la carta non prendeva in considerazione quello che si trovava, a ovest, oltre le Isole Canarie e, a est, oltre la "capitale dei Sini", cioè dei Cinesi (I, 14, 8), che Tolomeo collocava a 180 gradi di longitudine geografica.
A nord la carta trovava un limite estremo al 63 grado  di latitudine (dove avrebbe dovuto trovarsi "Tule"), a sud dell'equatore.
Era questa la porzione di superficie terrestre conosciuta nella tarda antichità e che dai Greci veniva chiamata οίκουνμένη, ecumene (da οΐκος = casa, οΐκεω = abitare): la terra abitata.
È comprensibile che i Greci indicassero con il nome οίκονμένη la fascia dello zodiaco, delimitata dai tropici, che aveva sì una sua determinata ampiezza latitudinale, ma che purtuttavia abbracciava l'intero cielo ed era "abitata" dagli attori che contavano, ossia dai pianeti.
Per tutta l'epoca arcaica l'astronomia ebbe come conseguenza inevitabile l'astrologia.
Dall'astronomia i Greci arcaici derivarono la loro matematica: in quei secoli la loro insaziabile curiosità sviluppò una conoscenza della nostra terra e degli eventi che vi accadono e che li spinse a creare i primordi della nostra scienza.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di  de Santillana e von Dechend

venerdì 6 ottobre 2017

Il sovrano dell'Ariete


-Il mondo intero è il mio reame, tutto è mio dai Pesci giù fino alla testa del Toro-
Kay Khusraw
Non si riferisce alla terra, bensì a quella sezione dello zodiaco compresa tra i Pesci e Aldebaran, i trenta gradi che abbracciano la costellazione dell'Ariete.
Ciò significa che il suo regno non è solamente dei cieli, è essenzialmente un regno del Tempo.
Il Tempo è la dimensione del cielo.
Kay Khusraw si presenta come una funzione del tempo preordinata da eventi nello zodiaco.
.."sovrano dell'Ariete" era il titolo ufficiale del potere in Iran, titolo che può avere avuto tanto o tanto poco significato quanto, in Occidente, quello di "Sacro Romano Imperatore".
Secondo Paolo Alessandrino, la Persia "appartiene" all'Ariete.... questo era lo schema più antico.
Lo si trova anche nell'Apocalisse.
Le corna di ariete di Mosè rappresentano la medesima età del mondo.
Ciò che conta è che Roma è un luogo della terra, il cui prestigio è collegato a un determinato periodo storico, mentre l'Ariete è una zona del cielo, o meglio, dato che il cielo è in continuo movimento, un determinato tempo definito dal moto celeste in rapporto a quella costellazione.
Roma, persino la "Roma eterna", è un fatto storico: un tempo di realtà e ora solo nei ricordi; ma l'Ariete è un tempo 'marcato', ed è destinato a fare ritorno secondo cicli determinati.
Nessuna immaginazione moderna, storica o naturalistica che sia, potrà mai fornire la chiave per penetrare in menti come quelle dei bardi iranici dalle cui rapsodie il dotto Firdusi trasse e organizzò il suo racconto (lo Shāh-nāma "libro dei Re"ca 1010 ai tempi in cui egli scriveva, il suo mecenate, il sultano Mahmūd di Ghazna, aveva trasferito il centro del proprio potere in India e da lungo tempo ormai dell'Impero iranico era rimasto solamente il ricordo.
Fidursi, come aveva fatto Omero prima di lui, intraprese con prodigiosa dottrina il compito di organizzare e registrare la tradizione avestica che, da un passato storico, rimontava nel tempo fino a epoche puramente mitiche) 
Non è possibile rinvenirvi alcun fondamento storico né rintracciarvi simbolismi legati alla fertilità o alle stagioni.
Questo tipo di pensiero può essere descritto in un modo solo: essenzialmente cosmologico.
In quel reame dell'"esistenza vera" troveremo stelle, vigne, rose e acque, le forme eterne; ci troveremo inoltre le idee della matematica, anch'essa una forma di esperienza diretta.
Il mondo della storia è a esso estraneo nella sua totalità. 
Firdusi parla di eroi mitici, proprio come il nostro Medioevo non si curava della storia e parlava di Artù e di Galvano.
Tutto era accaduto "tanto tempo fa" e, se Dante riporta in vita così potentemente il mito, è perché i suoi contemporanei si credevano veramente discesi da Dardano e da Troia e pensavano che il nobile Ulisse potesse, chissà, essere ancora vivo....
Ma potrebbe risultare che simili figure di grandi imperatori trasformati in leggenda abbiano una vita segreta propria, che seguano le leggi del mito scritte ben prima di loro.
Proprio come la profezia di Merlino, Re Artù non è morto, ma continua a vivere nel profondo del mistico lago....
Il mito esprimeva le leggi dell'universo in quel linguaggio specifico che è il linguaggio del Tempo.
Così si doveva parlare del cosmo....
È un gioco di trasmutazioni che comprendono anche noi, governato dal Tempo, inquadrato nelle forme eterne.
Un pensiero governato dal Tempo può essere espresso solo nel mito...
Tratto da "Il mulino di Amleto" di G. di Santillana e H. von Dechend

mercoledì 4 ottobre 2017

San Francesco e la ricchezza della benedizione

San Francesco, il santo "poverello", impose a se stesso e quanti lo seguirono l'obbligo dell'assoluta povertà (personale e dell'ordine) perché la sua missione non riguardava i beni terreni e la civiltà, ma la "santa semplicità", che è la condizione naturale dell'uomo libero, da lui riscoperta e rivissuta.
La sua fu una presa di coscienza personale che non ebbe bisogno di strutture esterne.
Francesco chiamava tutti quelli che erano capaci di udirlo per comunicare che effettivamente si può vivere così come si è nati, nella nuda semplicità.
Il messaggio di San Francesco non sarebbe stato possibile senza l'azione, decisa e decisiva, di San Bernardo.
San Francesco rivendicava il diritto alla povertà che non va inteso come bisogno di aiuto, sottomissione o dipendenza dalla carità altrui.
Egli aveva scoperto che il povero era un essere sovrano, perché tanto povero da non aver bisogno di nulla.
La povertà, amata e predicata da Francesco, rappresenta lo stato naturale umano, quella della mitica Età dell'Oro.
Anche la ricchezza è stata collegata alla spiritualità e alla realizzazione della persona.
Cercare l'oro e la ricchezza significa cercare la benedizione.
Non bisogna però dimenticare che il fine è la benedizione e non il denaro in sé e per sé.
Il possessore di una benedizione è sempre ricco anche se non vuole e la sua è una ricchezza singolare.
La ricchezza è segno di benedizione mentre la barakà riguarda Il possesso di beni materiali, che fanno pensare agli oggetti "carichi" dai quali sono derivati gli amuleti, i talismani.
La moneta è un valore di scambio che nacque come segno di benedizione, fu emessa per le necessità dei grandi santuari e all'inizio fu sotto il controllo delle caste sacerdotali.
Nei santuari dell'antichità, erano i sacerdoti che donavano le monete a coloro che erano riconosciuti come ispirati o accompagnati dalla divinità.
La moneta era insomma un tangibile segno di benedizione, intesa come ricchezza.
Il "benedetto", anche San Francesco, è dunque sempre "ricco".
Il concetto odierno di denaro è "quantitativo", ossia conta solamente la quantità di denaro posseduta e non la sua qualità che invece era il valore prevalente nell'antichità.
Lo stesso vale per l'oro.
Le monete furono usate anche come amuleti perché raffiguravano spesso le divinità o i santi patroni delle comunità che le coniavano e quindi portarle al collo significava mettersi sotto la protezione dei "propri" dei o santi.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

lunedì 2 ottobre 2017

Condensatori di energia


Scrive Basilio Valentino nel 1600: "La Terra non è un corpo morto ma in essa dimora uno spirito che è la vita e l'anima.
Tutte le cose create, inclusi i minerali, traggono la loro forza dallo spirito della Terra.
Esso è la vita, è nutrito dalle stelle e dà nutrimento a tutto ciò che vive e che dimora nel suo grembo.
Per opera dello spirito ricevuto dall'alto, la Terra cova nel suo grembo i minerali, come una madre il figlio non ancora nato".
L'idea di una duplice energia, quella che proviene dalle stelle e quella che proviene dal grembo materno, presiederebbe alla vita.
La scienza ufficiale è arrivata in tempi relativamente recenti alla conoscenza dei raggi cosmici, del campo elettromagnetico, delle correnti telluriche, degli effetti prodotti in superficie dalla presenza di corsi d'acqua sotterranea o da attività vulcanica...
Ebbene tali conoscenze risultano operativamente utilizzate in molte delle civiltà antiche.
Basta prendere in considerazione i siti megalitici, è stato scoperto che i luoghi scelti e la disposizione delle pietre erano tali da coincidere con punti particolarmente rilevanti nel flusso dell'energia terrestre e finalizzati a una sua accumulazione.
Tali luoghi furono per secoli associati dalla gente comune a poteri curativi e le pietre considerate miracolose.
Nell'VIII secolo la Chiesa si trovò a dover combattere contro questo culto pagano...
Ma questi luoghi 'magici' non furono dimenticati: su di essi sorsero monasteri, calvari, cattedrali.
Nella storia degli edifici sacri, infatti, è tutt'altro che infrequente registrare una sovrapposizione millenaria.
Ad esempio la cattedrale di Chartres è sorta sulle rovine di un tempio celtico-romano.
Il piccolo poggio su cui si eleva è stato circondato da una galleria sotterranea che mantiene concentrate le vibrazioni provenienti dal sottosuolo.
D'altra parte la struttura muraria sovrastante sembra essere esposta all'influenza di radiazioni cosmiche particolarmente intense.
Il fedele entrando in chiesa va a collocarsi nel punto energetico ideale di congiunzione tra Cielo e Terra.
Dalla ricostruzione di Stonehenge con l'applicazione di un codice cosmologico si è ottenuta una stella combinando due triangoli equilateri e corrisponde al Sigillo di Salomone simbolo della suprema sapienza.
La vita è frutto della sintonia delle forze che regolano il tutto e a questa sintonia l'uomo, come microcosmo si deve uniformare.
Tratto da "Le cattedrali del mistero"  Atlanti della Leggenda

venerdì 29 settembre 2017

I "cardini" equinoziali al Tempo Zero


Al Tempo Zero, i due "cardini" equinoziali erano stati i Gemelli e il Sagittario, tra i quali si estende l'arco della Via Lattea: entrambi erano segni bicorporei (così come lo erano quelli posti agli altri due angoli, i Pesci e la Vergine con la sua spiga di grano).
L'immagine dell'arco della Via Lattea teso tra i due "cardini" esprime il concetto che la via tra la terra e il cielo (Via Lattea, appunto) era aperta, la via ascendente e le via discendente dove in quell'Età dell'Oro uomini e dèi potevano incontrarsi.
La straordinaria virtù dell'Età dell'Oro consisteva proprio nella coincidenza del punto d'incrocio tra eclittica ed equatore con quello tra eclittica e Galassia, il che avveniva nelle costellazioni dei Gemelli è del Sagittario, che "stavano salde" a due dei quattro angoli della terra quadrangolare.
"In cima", nel punto centrale sovrastante il piano "emerso" dell'equatore, c'era la Polare.
Il Polo Sud, invisibile alle nostre latitudini, che nel sistema artico era chiamato "il profondo del mare", era rappresentato da Canopo (il timone di Argo), la stella di gran lunga più luminosa di quelle plaghe.
(Secondo Ipparco alla sua epoca,tra il 161 e il 127 a.C., Canopo si sarebbe trovata "a una distanza di circa 38,5 gradi dal Polo Sud.)
Ci sono tuttavia indizi che fanno pensare che Canopo rappresentasse non già il Polo Sud, bensì il polo meridionale dell' eclittica.
Questo breve schema delle teorie arcaiche indica che non ci troviamo assolutamente di fronte a una geografia in senso nostro, bensì a una cosmografia come quella di cui ha tuttora bisogno chi deve tracciare una rotta e che in Tolomeo (ca 100-178 d.C.) ha trovato un'illustrazione perfetta compatibilmente ai lacunosi dati disponibili.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend